• Rodolfo Felici

Il lato oscuro della fotografia: il disturbo da accumulo compulsivo

Nella disposofobia (accaparramento compulsivo o accumulo patologico) il soggetto ha sempre grandi difficoltà a disfarsi o a separarsi dagli oggetti, che finiscono per accumularsi e invadere gli ambienti in cui vive fino a renderli non più vivibili.

A differenza dei collezionisti, il soggetto disposofobico accumula oggetti in maniera disorganizzata e ha difficoltà a separarsi dalle cose di scarso valore.

Il soggetto affetto da disposofobia ha un bisogno impellente di conservare oggetti e prova una forte angoscia quando è costretto a separarsene o addirittura al solo pensiero di doverlo fare. Il soggetto non ha spazio a sufficienza per sistemare tutti gli oggetti che accumula. Le stanze si riempiono talmente tanto da non essere più vivibili; servono solo ad accumulare oggetti. Ad esempio, il lavandino può essere coperto da pile di giornali accumulati, così come i piani di lavoro, i fornelli e il pavimento della cucina, che di fatto non è più utilizzabile per cucinare i pasti.

Si differenzia dal collezionare oggetti (come libri o figurine) perché l’accumulo, a differenza del collezionismo, è disorganizzato e interferisce con la capacità del soggetto di usare le stanze ingombrate.

Senza trattamento, i sintomi di solito perdurano per tutta la vita, con poco o nessun cambiamento.


Fonte:

https://www.msdmanuals.com/it/casa/disturbi-di-salute-mentale/disturbo-ossessivo-compulsivo-e-disturbi-correlati/disposofobia



La sindrome da accumulo compulsivo, un tempo chiamata disposofobia, non è una bella cosa. E’ una patologia seria che può facilmente rovinare la vita di chi ne è affetto e di chi lo circonda. Premetto di non avere alcuna competenza medica specifica per parlare dell’argomento e che sono consapevole di muovermi su un campo minato. Fatta questa doverosa premessa vorrei scoperchiare un vaso di Pandora, parlando della relazione fra questa patologia e la fotografia (o almeno di un certo tipo di fotografia).


Molti celebri autori, come Gary Winogrand, Andy Warhol, William Eugene Smith, Vivian Maier erano probabilmente persone affette a vari livelli da un disturbo ossessivo compulsivo disposofobico, senza nulla togliere alla loro arte.


Di Vivian Maier si è scritto che:


a parere degli psicologi soffriva di disposofobia, disturbo da accumulo seriale o compulsivo, anche se mai portato a livelli così estremi da impedirle di vivere ed essere soprattutto un'artista geniale. Vivian Maier accumulava infatti, in scatole e scatoloni nella sua stanza e poi in box affittati, oltre ai suoi dispositivi e pellicole, i filmini girati con la sua macchina da presa amatoriale, ma anche tutto ciò che voleva conservare, abiti, cappelli, scarpe, le registrazioni delle interviste, manifesti elettorali, lettere, ricevute e scontrini a migliaia, soprattutto pacchi enormi di giornali, quotidiani, infine cartelle con i ritagli degli articoli che riportavano fatti di cronaca, tanto che anche nelle sue foto compaiono spesso giornali abbandonati, o esposti nelle edicole. Questa serialità è anche l'essenza stessa della sua ossessione del fotografare, ma con quanta sensibilità ed emozione! Rappresentando infine un modo di essere al mondo ed al tempo stesso, esprimere la sua passione, nel senso pieno di empatia con l'intera umanità, all'interno di un modo nuovo di fare cronaca di un'epoca in trasformazione di cui lei si sentiva testimone privilegiata.


Gary Winogrand, uno dei padri fondatori della “street photography”, affermava che “tutte le cose sono fotografabili”. Colleghi, studenti ed amici lo descrivevano come una “obsessive picture-taking machine”, e la moglie affermò che “essere sposati con lui era come essere sposati ad un obiettivo fotografico”. Alla sua morte, all’età di 56 anni nel 1984, lasciò un patrimonio di 2500 rulli non sviluppati, 6500 rulli sviluppati ma privi di provini a contatto e 3000 rulli di cui aveva realizzato solo il provino a contatto, per un totale di circa 300.000 immagini: immagini che praticamente non aveva mai visto ne stampato. Secondo alcuni calcoli Winogrand ha scattato, nell’arco della sua vita, circa 12 rulli al giorno, ad un ritmo tale da non riuscire neppure a vedere le sue foto.


In intervista la storica dell’arte Barbara Diamonstein gli chiese:


“Riguardando quei provini a contatto, mi sono spesso chiesta come un fotografo che scatta decina di migliaia di fotografie — e ormai possono essere centinaia di migliaia — possa tenere traccia del materiale. Come fai a sapere ciò che hai, e come fai a trovarlo?


Winogrand: Male. Questo è tutto quello che posso dire. Mi è successo molte volte ed è stato proprio impossibile trovare un foglio di negativo o qualsiasi altra cosa. Ma io sono principalmente solo un uomo, e così le cose si incasinano. Non ho un valido sistema di archiviazione.


Ma non pensi che sia importante per il tuo lavoro?


Winogrand: Sono sicuro che lo è, ma non posso farci niente. Non c’è speranza. Ho rinunciato. Basta fare un po’ di fatica ogni volta che si deve cercare qualcosa. Ho alcune cose raggruppare per ora, ma faccio fatica a trovarli. C’è sempre roba mancante.”


Winogrand accettò il fatto che non avrebbe mai avuto abbastanza tempo per vedere tutte le sue fotografie scattate, e che ci sarebbe stato sempre un negativo che non avrebbe mai potuto trovare.



William Eugene Smith non ha bisogno di presentazioni, è stato uno dei più importanti fotografi di Life, descritto come “il più importante fotografo americano nel campo della fotografia editoriale”.

Realizzò quattromila ore di registrazioni audio su 1740 nastri e 40mila fotografie nel periodo dal 1957 al 1965 in un singolo loft di Manhattan dove si riunivano i migliori musicisti Jazz del tempo. I nastri contengono anche rumori ambientali registrati in strada, conversazioni telefoniche, programmi notturni trasmessi alla radio, e la maggior parte di questi non sono mai stati ascoltati da quando sono stati archiviati al Centre for Creative Photography nel 1978, dopo la morte di Smith.

Uno dei suoi ultimi progetti su commissione, un libro fotografico sulla città di Pittsburgh che inizialmente avrebbe dovuto essere consegnato in un mese e che prevedeva la realizzazione di cento immagini, finì per occuparlo due anni. Produsse 13.000 negativi, che non vennero mai consegnati; Il libro non si fece più, e Smith venne cacciato dalla Magnum per l’approccio ossessivo che aveva con il suo lavoro.


Andy Warhol usava affermare: “Io porto la mia macchina fotografica ovunque vada. Avere un nuovo rullino da sviluppare mi dà una buona ragione per svegliarmi la mattina.”


Di lui hanno scritto:

era il proto-hipster, una falena irrequieta sempre alla ricerca di una fiamma. Warhol trovava difficile sedersi e non fare nulla. Doveva uscire dalla sua casa o dalla Factory ed esplorare i dintorni, ed ha voluto fotografare ognuna di quelle esperienze. Warhol usava le sue Polaroid e 35mm come noi usiamo l’iPhone. Un caso giudiziario nei primi anni novanta ha sollevato la questione se le fotografie di Warhol potessero essere considerate arte o meno, ma l'artista stesso pare fosse indeciso sul loro valore e significato, dicendo "Un'immagine significa che io so dove ero ogni minuto. Ecco perché faccio foto. È un diario visivo."


E ancora:

ha portato con sé la sua macchina fotografica ovunque andasse, documentando praticamente tutto, la più alta classe e la più bassa spazzatura (letteralmente, ha scattato foto di bidoni della spazzatura e di ciò che contenevano)…. Questa inclusività è ciò che ha reso le sue imprese fotografiche al confine tra arte e mera raccolta ossessiva, o come le persone amano cinicamente notare, si consumasse la vita intorno a lui. New York negli anni settanta e ottanta. Questo consumo e le fotografie di immondizia rappresentano per noi oggi un tesoro, una vasta documentazione della New York di Warhol negli anni settanta e ottanta.


Lo stesso racconto di Italo Calvino “L’avventura di un fotografo” (che potete leggere qui) descrive la progressiva discesa del protagonista in una spirale ossessiva patologica.

Queste sono le parole con cui Antonino Paraggi, che si dichiara un non-fotografo all’inizio del racconto, spiega cosa lo trattiene dall’avvicinarsi alla fotografia:


-... Perché una volta che avete cominciato, - predicava - non c'è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. Se fotografate Pierluca mentre fa il castello di sabbia, non c'è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia. Basta che cominciate a dire di qualcosa: "Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!" e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia. […]

L'unico modo d'agire con coerenza è di scattare almeno una foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a costo di perderci la ragione.

Antonino finirà per vivere in funzione dei momenti di vita “fotografabili”, allontanando pian piano da sé tutto e tutti. Del racconto è stato tratto anche un film per la TV nel 1983, potete vedere qui sotto:



Da quando è nata, la fotografia è lo strumento prediletto da chi ha timore dell’entropia e dello scorrere del tempo, di perdere parti di sé e del mondo che lo circonda. E’ da sempre considerata lo strumento di documentazione per eccellenza, non tanto perché racconti necessariamente il vero (come spiega il libro di Smargiassi, Un'Autentica Bugia), quanto perché la quantità di informazioni che è possibile registrare senza alcuno sforzo, alla semplice pressione di un tasto, è pressoché infinita ed omologa alla realtà stessa.

Fotografia e filmati sono quanto di meglio abbia inventato l’umanità per rappresentare fedelmente il mondo. Al momento non esiste nulla di più evoluto, eccetto forse le riprese a 360°, le scansioni 3D o le fotografie olografiche, che sono comunque altre forme di fotografia per certi versi.


Chi non riesce ad accettare il fluire delle cose ed è ossessionato dalla necessità di tenere sotto controllo i pezzi della realtà intorno a sé prima o poi si interessa alla fotografia. E’ difficile invece che accada il contrario, ossia che un fotografo che non abbia già una innata predisposizione all’accumulo compulsivo sviluppi quest’ultima a causa del suo interesse per la fotografia; qualsiasi fotografo infatti sa che ogni foto è innanzitutto una tomografia, ossia una rappresentazione di una fetta di realtà, nel tempo e nello spazio. Ogni volta che si preme il pulsante di scatto, nel momento stesso in cui si registra qualcosa automaticamente si decide di escludere tutto ciò che era al di fuori dell’inquadratura in quel momento, e tutto quel che è accaduto subito prima o subito dopo. Così come la musica vive nelle pause, la fotografia vive di ciò che rimane al di fuori del fotogramma; se fosse possibile fotografare tutto, effettuando una ripresa olografica della realtà, riprendendo un ambiente nei minimi dettagli per poi replicarlo fedelmente, come nel romanzo l’Invenzione di Morel o nell’olodeck di Star Trek, chiameremmo ancora quell'invenzione fotografia?

Persino Winogrand, nonostante il metodo di lavoro ossessivo di cui abbiamo già parlato, era consapevole che per fare fotografia bisogna inevitabilmente imparare ad accettare di perdere qualcosa. Un suo allievo racconta che per le strade di New York camminava scattando praticamente ad ogni passo, ma quando gli fu chiesto se era consapevole che nel tempo che aveva impiegato a cambiare il rullo aveva “perso” alcune foto, questi gli rispose “non esistono foto mentre sono impegnato a cambiare rullo”.


Chi è affetto dalla sindrome di accumulo vorrebbe fermare i granelli della clessidra, tenendo traccia di ogni evento; spesso è un collezionista compulsivo di libri, documenti, francobolli, scontrini e via dicendo.

Il fatto stesso di avere il controllo sugli oggetti che accumula/colleziona lo rasserena, gli dà la sensazione di avere un potere sul naturale fluire delle cose e sullo scorrere del tempo, e di non sentirsi un fuscello che galleggia sulle onde di un fiume in piena. L’aspetto positivo della cosa è che (ne abbiamo già parlato su queste pagine in altre occasioni) è grazie al collezionismo e ai collezionisti che si sono salvate biblioteche, opere d’arte ed archivi prima che fosse istituito il concetto stesso di beni culturali.


Il vantaggio della fotografia, e in particolare modo di quella digitale, è che può anche essere estremamente terapeutica da un certo punto di vista; persone che un tempo avrebbero riempito la loro abitazione di carte e vecchie riviste fino al soffitto (come Vivian Maier) ora possono digitalizzare tutto grazie ad una macchina fotografica e conservarlo su un hard disk da 4 terabyte grosso quanto un portafogli.

Utilizzando uno smartphone come strumento di riproduzione e salvando tutto su cloud in automatico è possibile fare a meno anche di macchina fotografica, scanner e memorie esterne.

Personalmente, da molto tempo digitalizzo immediatamente lettere, multe, fatture e scontrini e quant'altro prima ancora di portarli a casa, il tutto utilizzando lo smartphone, perché so che in ogni caso gli originali andrebbero persi. Preferisco eliminare subito l'originale e lasciare che la sua versione digitale si perda nel photostream di Google Photos, da dove potrò recuperarla in caso di necessità facendo una ricerca per data o per contenuto (Google Photos consente di ricercare singole parole nei testi fotografati). Fotografare ogni cosa con lo smartphone o con la macchina fotografica è la mia soluzione personale per tenere sotto controllo l'accumulo compulsivo.


Google sa bene che ciascuno di noi, in diversa misura, ha dentro di sé la necessità ed il desiderio di tenere sotto controllo il tempo ed il fluire dell'esistenza, ed è questa la ragione del suo successo: ci ha offerto la possibilità di registrare, indicizzare e consultare lo scibile umano e le nostre vite senza alcuno sforzo, con un singolo strumento che abbiamo ogni giorno nella tasca dei pantaloni, offrendo una soluzione al fiume in piena di informazioni che altrimenti ci sommergerebbe come accade nelle installazioni di Erik Kessels o nelle case di chi è soggetto da disturbo di accumulo.

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