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Cari fotoamatori, il giorno del gay pride per favore rimanete in casa

Foto generata mediante AI
Foto generata mediante AI

Giugno è storicamente il mese del Pride. Puntuali come ogni anno le sfilate arcobaleno si apprestano ad attraversare le nostre città, a Roma il giorno designato è il 20 giugno 2026. Insieme ai carri, alla musica e alle rivendicazioni della comunità LGBT+ (scusate se dovesse mancare qualche lettera, ma è solo per intenderci) ci sarà anche l’invasione dei fotoamatori che correranno a fotografare le sfilate.

Migliaia di fotocamere pronte a scattare vagonate di foto, ma se un tempo questo approccio nasceva da una genuina curiosità, dal desiderio di documentare un mondo poco conosciuto o di supportare una causa, oggi la sensazione è profondamente diversa. Per molti fotoamatori, fotografare il Pride è diventato quasi un dovere, il dovere di pubblicare sul proprio feed di Instagram le foto per poter dimostrare di esserci stati e di aver fatto delle foto migliori di quelle degli altri.


Il cuore del problema risiede nel cosa si cerca attraverso il mirino. Il Pride è, per sua natura, una manifestazione fluida fatta di politica, di famiglie arcobaleno, di storie di rivalsa, di baci rubati, ma anche di costumi eccentrici, drag queen e provocazioni visive. È, in fin dei conti, il giorno dell'eccesso. Negli ultimi anni però si assiste a una preoccupante deriva: la mostrificazione del soggetto. Fin troppo spesso l'interesse del fotografo non è rivolto alla comprensione di una cultura o all'apertura verso l'altro, ma si verifica una caccia al soggetto di stampo puramente voyeuristico.


Si punta l'obiettivo solo su chi indossa l'abito più stravagante, spesso decontestualizzandolo. Il Pride viene così ridotto a un immenso freak show a cielo aperto, un safari fotografico dove i partecipanti non sono persone che rivendicano diritti, ma "esemplari" da immortalare.


Perché si è arrivati a questo? La risposta purtroppo sono come al solito i social media. L'imperativo è riempire la pagina Facebook o il feed di Instagram. Si cerca lo scatto d'impatto perché l'algoritmo premia il contrasto forte, la stranezza, ciò che fa fermare il pollice durante lo scroll. Si scatena così una corsa al "mi piace" che si consuma nello spazio di pochi giorni.

Quelle foto però, una volta passato il primo impatto, finiscono poi nel dimenticatoio digitale, per lasciare il posto al nuovo evento di turno. Quello che doveva essere un racconto culturale alla fine si dimostra essere per molti uno sterile "fast food" visivo.


Fotografare il Pride è sbagliato? Assolutamente no. La fotografia è e resta uno dei più potenti strumenti di narrazione sociale. Il punto è il come lo si fa. Sequest'anno deciderai di scendere in piazza con la tua fotocamera, prova a farti una sola domanda ogni volta che stai per premere l'otturatore: "Sto rispettando la dignità del soggetto o sto solamente cercando un Mi Piace in più?"


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