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Gianni Berengo Gardin (1930–2025) Un addio sobrio a un testimone lucido del Novecento



“Manicomio, Gorizia, 1968”


Oggi, 7 agosto 2025, si spegne a 94 anni Gianni Berengo Gardin, uno dei fotografi italiani più rilevanti del secondo Novecento. Il suo nome è legato a un’idea di fotografia umanista, discreta, in bianco e nero, che ha saputo attraversare l’Italia con uno sguardo partecipe ma mai invadente. Un osservatore silenzioso, sempre presente, mai protagonista.


Ha documentato l’Italia con rigore e coerenza per oltre sessant’anni, raccontandone i riti, le trasformazioni, le contraddizioni. Le sue immagini sono entrate nel nostro immaginario collettivo senza mai ricorrere all’enfasi, ma costruendo lentamente una grammatica visiva fatta di misura, equilibrio e attenzione all’essere umano, qualunque fosse il contesto: Venezia, gli ospedali psichiatrici, le fabbriche, la vita quotidiana nelle città.


Berengo Gardin non ha mai ceduto alle mode, né ha cercato la spettacolarizzazione. Ha sempre rivendicato l’importanza del reportage e della fotografia come strumento civile, più che come espressione individuale. «Io non sono un artista, sono un artigiano», ripeteva spesso, con quella sua naturale ritrosia a ogni forma di celebrazione. Eppure, oggi che non c’è più, il suo archivio immenso, le sue decine di libri, mostre e campagne restano tra le testimonianze più preziose della nostra storia visiva.


Non amava essere definito maestro, eppure lo è stato per intere generazioni di fotografi. Non amava essere ricordato, ma sarà difficile dimenticarlo.


Il modo migliore per farlo, forse, è riguardare le sue fotografie:

lasciarle parlare, senza retorica, come avrebbe voluto lui.

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