• Rodolfo Felici

Intervista ad Augusto De Luca

Aggiornato il: 28 ott 2019


Abbiamo intervistato per voi Augusto De Luca, fotografo partenopeo di fama internazionale, autore di dodici libri fotografici per Gangemi ed Electa. I suoi lavori sono esposti alla National Library of France (Parigi), all’Archivio Fotografico Capitolino (Roma), alla "the International Polaroid collection" (United States), alla Galleria di Arti visive cinese (Pechino) ed al Charleroi Museum of Photography (Belgio). De Luca ha iniziato la sua attività di fotografo a metà degli anni ’70, dopo aver conseguito una laurea in legge. Ha insegnato al circolo di fotografia di Montecitorio.

Benvenuto su Fotografiamo Augusto, e grazie per essere qui con noi oggi.

Ci potresti parlare dei lavori editoriali che hai realizzato per Gangemi?

Negli anni ’90 mi fu commissionata dalle Ferrovie dello Stato una collana di libri che furono stampati da Gangemi Editore; ciascuno era dedicato ad una capitale italiana toccata dalla linea ad alta velocità. La prima città ritratta fu Roma, dove risiedevo allora, poi toccò a Napoli, Firenze, Bologna, Milano e Torino. Il primo volume, Roma Nostra, fu pubblicato da Gangemi nel 1995, e le foto realizzate per quel libro divennero oggetto di una mostra a Palazzo Braschi.

Per quel lavoro mi fu assegnato il premio Roma Nostra nel 1996; fui premiato insieme ad Ennio Morricone, autore della poesia Roma Amorre pubblicata nello stesso volume.

Che attrezzatura fotografica hai utilizzato nel corso della tua carriera?

Ho cominciato con una Yashica FX3, acquistata a Positano con i miei risparmi. Negli anni ho utilizzato praticamente di tutto, perché appartengo ad una generazione in cui si faceva tanta sperimentazione. Una delle cose più particolari che ho usato credo che sia la Kodak Instant [http://camera-wiki.org/wiki/Kodak_Instant], un supporto realizzato da Kodak molto simile a quello della Polaroid. Mi fu chiesto di realizzare un lavoro con questo tipo di pellicola proprio dal direttore della Kodak. Dopo pochi mesi tuttavia la Kodak perse una causa con Polaroid relativa al brevetto, tutte le fotocamere e le pellicole vennero ritirate dal mercato, e le mie foto non furono più pubblicate. Divenne così l’unico lavoro tipo sperimentale che sia stato realizzato con quel tipo di supporto.

Ho lavorato molto con le Polaroid SX-70, manipolando l’emulsione quando era ancora in fase di sviluppo. In questo modo si potevano realizzare delle pitto-fotografie. I colori saturi delle SX-70 originali purtroppo sono molto diversi da quelli delle pellicole in produzione attualmente. A quel tempo utilizzavo la Polaroid Land Camera 1000, una fotocamera economica, con le lenti in plastica, ma che era eccezionale per quel tipo di cose.

Non ho mai ricercato la massima definizione nelle ottiche o nelle attrezzature. Una delle fotocamere che utilizzo molto anche oggi è una Leica Digilux da 5 megapixel, che amo soprattutto per la resa dell’obiettivo.

Ho sempre cercato di sfruttare ai miei fini quei lati delle attrezzature che che erano considerati dei difetti dagli altri. Della Polaroid ho sfruttato i colori saturi e l’incapacità di ottenere sfumature, la separazione tonale molto netta, per realizzare immagini che ricordano quelle dei fumetti. Dell’Agfa ho utilizzato i toni eccessivamente caldi.

Che consigli vorresti dare a chi sta muovendo i primi passi nel mondo della fotografia ed è alla ricerca di un proprio stile?

La riconoscibilità dell’autore in una immagine è essenziale, un fotografo deve passare per lo studio dei classici, come Bill Brandt, Helmuth Newton, Irving Penn, anche copiandoli in un primo momento, per poi operare una sintesi. Picasso diceva che bisogna saper copiare, ma in realtà non si tratta di copiare, è più che altro uno studio necessario per acquisire una grammatica visiva finalizzata a formare le basi del proprio stile. Gli input emotivi acquisiti con lo studio vengono poi miscelati nella nostra mente, e si diviene capaci di scattare con un proprio stile e personalità.

Ad esempio, nelle mie immagini, un elemento di riconoscibilità si trova nello scheletro strutturale: la geometria mi serve come grammatica del linguaggio espressivo. Lo scheletro strutturale, la composizione e il taglio geometrico servono a dare una chiave di lettura. Inoltre cerco spesso lo scontro fra grandezze diverse, una relazione fra il soggetto in primo piano e quello in secondo piano, un rapporto fra il grande ed il piccolo. Questo gioco caratterizza le mie foto di architettura così come i ritratti.

Quando devo ritrarre una persona cerco un oggetto che possa fare da trait d’union fra me ed il soggetto; uso elementi che fanno parte del contesto del momento, o della sua vita. Più raramente li porto da casa. Non deve trattarsi necessariamente di un oggetto bello, l’importante è che crei significato e relazione. Lo chiamo “l’oggetto magico”.

So che hai anche una passione per il collezionismo e per la musica…

Ho una passione per l’arte in generale. Come chitarrista ho suonato con Alan Sorrenti, e con Ernesto Vitolo (tastierista di Pino Daniele). Ho una discreta collezione di maschere africane originali, di tappeti e di dipinti (avanguardie degli anni ’50, ritrattistica borbonica ed icone russe). Sono stato un collezionista abbastanza eclettico, ma da un po’ ho smesso. Ho molte anime, ogni tanto una di esse prende il sopravvento sulle altre.

Quanto tempo ti ha richiesto la realizzazione dei libri sulle varie città italiane? Ti sei trasferito in ciascun capoluogo per il periodo necessario? Qual è il tuo approccio a quel tipo di ricerca?

Il libro su Firenze mi ha richiesto tre mesi di lavoro, periodo in cui mi sono trasferito lì. Ovviamente è stata una bellissima esperienza. A Roma ci vivevo a quel tempo, e a Napoli (dove sono nato) avevo una casa. A Bologna e Torino ho soggiornato per periodi più brevi. Ho sempre cercato di fotografare l’atmosfera di una città, le sue rughe, l’aria che si respira piuttosto che la città stessa.

I miei ritratti di città appaiono fuori dal tempo, sospesi fra ieri, oggi e domani, perché volutamente escludo qualsiasi elemento di datazione dalle immagini, come autovetture, pubblicità, persone. La città per me diviene la scena vuota di un teatro in cui la vita si intravede solamente, è necessario immaginarla. In questo modo cerco di catturare l’anima della metropoli; mentre vago per la città cercando di catturarne l’essenza ascolto sempre, in cuffia, la Messa da Requiem in Re minore, K. 626 di Mozart, per cercare di estraniarmi ulteriormente dalle distrazioni e di rimanere da solo con la musica e l’architettura.

Ci potresti parlare del tuo prossimo progetto editoriale?

E’ un progetto a cui sto lavorando da anni, e che sto portando avanti con calma e pazienza. Si tratta di un libro di ritratti a persone del mondo dell’arte, della musica, dello spettacolo. Non si tratta necessariamente di persone celebri o che ho conosciuto bene personalmente, ma semplicemente di persone che con la loro arte hanno segnato momenti importanti della mia vita.

Come affronti la fase di post produzione ed archiviazione delle immagini? E’ una fase che sottrae tempo al vero e proprio processo creativo?

Non direi, sono sempre stato una persona piuttosto metodica ed ordinata, per cui la fase di archiviazione è facile e piacevole per me. Riguardo alla post produzione, posso dirti che mi limito ad operare in digitale le stesse modifiche che era possibile apportare in camera oscura con i cartoncini e con le mani, ossia le normali operazioni di mascheratura e di regolazione del contrasto. Questo comporta un enorme risparmio di tempo e di carta.

Quando scatti in bianco e nero senti di dover rinunciare a qualcosa?

Ho cominciato la mia carriera con il colore, utilizzando pellicole diapositive dai colori molto saturi. Realizzavo paesaggi astratti, metafisici. Fu un percorso anomalo per l’epoca, perché ai tempi si iniziava con il bianco e nero per arrivare al colore, ed io feci esattamente il contrario. Anche oggi non mi sento affatto vincolato al bianco e nero; In questo momento lo prediligo, ma quando sento che un determinato lavoro lo richieda utilizzo tranquillamente il colore, conservando la mia riconoscibilità. Non mi pongo alcun limite, cerco sempre di mettermi in discussione, perché nasco in un periodo in cui si faceva fotografia che veniva definita “di ricerca”. Negli anni ’70 c’era gente che bolliva i negativi, o che li bruciava, per fare sperimentazione artistica. Oggi ci sono software e filtri che simulano certi effetti, ma sono leziosità che lasciano il tempo che trovano e danno risultati sempre uguali. Io sono un po’ stanco di questa cosa.

Quali autori o generi credi che abbiano influito di più sulla tua formazione?

Ho sempre guardato con sospetto quella che oggi viene definita “street photography” (prendendo forse il nome in prestito dalla “street art”) e che un tempo veniva definito semplicemente “reportage”. Forse sarà perché non la so fare, o forse perché penso che abbiano detto già tutto Cartier-Bresson e Koudelka. Lo scheletro strutturale ce lo hanno dato loro, e con il loro lavoro hanno detto tutto. Quel che viene dopo di loro per certi versi è imitazione. Invece un autore che mi ha influenzato molto è Paul Den Hollander, con il suo stile apparentemente semplice e le sue geometrie, o Eiko Hosoe per la fotografia di nudo. Ci sono fotografi che ti colpiscono e che poi rimangono, per un motivo o per l’altro, nel tuo lessico e nel tuo modo di operare.

Che importanza dai all’attrezzatura fotografica? Nel tempo hai accumulato molte fotocamere?

Non moltissime. Ho iniziato con una Yashica FX-3 perché montava gli obiettivi Zeiss della Contax, poi passai ad un corpo macchina Contax. Successivamente acquistai una Pentacon Six, un attrezzo enorme con cui cominciai la mia avventura nel medio formato. Poi mi fu donata dalla Fowa una Hasselblad con un 50mm, 80mm, il 150mm ed il pentaprisma TTL.

Quando venne l’epoca del digitale inizialmente fui restio ad abbracciare la novità; se una cosa non si conosce mette paura, per cui cercai tutte le scuse per non affrontare il passaggio, che avvenne alla fine grazie ad una Leica D-lux 5; grazie ad essa capii che il digitale era una cosa straordinaria. Successivamente acquistai una Leica Digilux 2, un modello molto più vecchio ma che mi piaceva proprio esteticamente, e ancora in seguito una Hasselblad Lunar, con sensore APS-C ed obiettivi Zeiss. Quest’ultima è la macchina che uso di più al momento, ma sto valutando l’acquisto di una D-Lux 7, con sensore 4/3 e 17 megapixel. Un tempo odiavo gli zoom ed usavo solo ottiche a focale fissa, ora ne apprezzo la praticità e la leggerezza. Per un certo periodo ho utilizzato anche un dorso digitale montato sulla Hasselblad 500 C/M, ovviamente era fantastica a livello di qualità, ma il peso non mi consentiva di portarla serenamente con me tutti i giorni. La fotocamera che ho sempre in tasca, nel quotidiano, alla fine è la Leica D-Lux 5, un ottimo compromesso fra qualità e peso.

Non ho mai fotografato con il banco ottico; non mi è mai interessato esagerare con la risoluzione, mi interessa di più la resa dell’ottica ed il contenuto della foto.

Un tempo andavo ogni anno al festival della fotografia di Arles; ricordo colleghi che aprivano con gesti ieratici delle enormi cartelle in coccodrillo per estrarre i loro portfolio indossando dei guanti bianchi. Soprattutto belgi e francesi avevano una cura maniacale per la qualità delle stampe, anche se questa non trovava sempre riscontro in una profondità di contenuto.

Per carità, la stampa deve essere buona, senza dubbio, ma spesso tutta questa qualità serviva semplicemente a rappresentare le venature di una foglia. Noi italiani, lì per lì eravamo sbalorditi, poi tornando a casa ci rendevamo conto, parlando fra noi, che di quelle immagini non ci era rimasto nulla.

Quando Robert Mapplethorpe venne a Napoli, per una collettiva chiamata Terrae Motus, organizzata dal gallerista napoletano Lucio Amelio in ricordo del terremoto del 1980, fu intervistato da un giornalista de Il Mattino, il quale gli chiese che carta usasse. Mapplethorpe gli rispose “veramente non lo so perché non le stampo io, lo fa il mio stampatore”. Lo stesso vale per Cartier-Bresson, il quale ha sempre delegato la stampa delle sue foto a Pierre Gassmann e al laboratorio Picto. Ai grandi la qualità della stampa interessava fino ad un certo punto, per loro era uno strumento per veicolare il messaggio.

D’altronde c’è da dire che in Italia, un tempo, dovevamo arrangiarci con quel che avevamo a disposizione. Forse i negozi di Milano erano più forniti, ma quelli di Napoli offrivano una scelta limitata di carte e di pellicole. Ogni cosa doveva essere consegnata tramite corriere, o andava prenotata. Fare il fotografo era complicato proprio a livello di materiali. Ora con il digitale tutto è più semplice.

fonte: http://www.edueda.net/index.php?title=Augusto_De_Luca

Augusto De Luca, (Napoli, 1 luglio 1955) è un famoso fotografo e performer italiano. Ha ritratto molti personaggi celebri: Renato Carosone Rick Wakeman, Carla Fracci, Hermann Nitsch, Pupella Maggio, Giorgio Napolitano.

Studi classici, laureato in giurisprudenza. E' diventato fotografo professionista nella metà degli anni '70. Si è dedicato alla fotografia tradizionale e alla sperimentazione utilizzando diversi materiali fotografici . Il suo stile è caratterizzato da un'attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell'oggetto inquadrato. Immagini di netto realismo sono affiancate da altre nelle quali forme e segni correlandosi ricordano la lezione della metafisica.

E' conosciuto a livello internazionale, ha esposto in molte gallerie italiane ed estere, in sedi istituzionali come la Camera dei deputati a Roma e in diversi Istituti di Cultura Italiana e sedi universitarie all'estero.

Le sue fotografie compaiono in collezioni pubbliche e private come quelle della International Polaroid Collection (USA), della Biblioteca Nazionale di Parigi, dell'Archivio Fotografico Comunale di Roma, della Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Cina (Pechino), del Museo de la Photographie di Charleroi(Belgio).

De Luca ha realizzato anche immagini pubblicitarie, copertine di dischi e libri fotografici. Nel 1987 ha realizzato la scenografia per il programma televisivo 'Samarcanda'del giornalista Michele Santoro. Ha insegnato fotografia per dieci anni presso il Circolo Montecitorio della Camera dei deputati. L'azienda di telecomunicazioni Telecom Italia gli ha dato l'incarico di illustrare con fotografie della città di Napoli tre schede telefoniche pubbliche, con una tiratura di sette milioni di esemplari, e quattro schede con fotografie di Parigi, Dublino, Berlino e Bruxelles, con una tiratura di dodici milioni di esemplari ([1]) .

Negli anni '80 ha partecipato a 2 rassegne d'arte organizzate dal famoso gallerista Lucio Amelio : "Rassegna della nuova creatività nel mezzogiorno" e "L'occhio meccanico".

De Luca, ha inoltre realizzato servizi fotografici per volti celebri del mondo della cultura e dello spettacolo.

I suoi libri fotografici, sono stati recensiti in saggi sulla fotografia, sulle principali riviste di settore e su reti televisive come Rai3 e Rai2, con prefazioni e contributi testuali come quelli del poeta Mario Luzi, della regista Lina Wertmuller, del compositore Ennio Morricone, dello storico Giovanni Pugliese Carratelli, dei giornalisti Maurizio Costanzo e Sandro Curzi, dell'architetto Paolo Portoghesi, .

Nel 1995 ha esposto le sue opere presso la Camera dei Deputati, con la presentazione di Carlo Azeglio Ciampi e dell'on. Nilde Iotti, alla presenza di Giorgio Napolitano.

Ha ricevuto il "Premio Città di Roma" 1996 per il libro 'Roma Nostra' (Gangemi Editore), insieme al compositore Ennio Morricone (De luca per le fotografie e Morricone per la poesia "Roma Amore" contenuta nello stesso libro).

Dal 2005 Augusto De Luca, per valorizzare e salvaguardare i migliori esempi di street art sta procedendo ad un'opera di scollatura dai muri di Napoli dei migliori graffiti su carta degli street artisti partenopei, raccogliendo stickers e tags di varie forme e dimensioni. Questa iniziativa lo ha portato a collezionare più di 200 pezzi. E' un' operazione condotta in ogni angolo della città e che gli è valso l'appellativo di "Il Cacciatore di Graffiti". Scopo dell'iniziativa è quello di dare risalto a tali forme d'arte cominciando col salvarle dall'usura e dalle intemperie della strada. De Luca, con l'uso di un fissante per vernici, realizza un recupero integrale delle opere (graffiti su carta). Questa attività di supporto alla street art ha inoltre costituito oggetto di una campagna divulgativa su Internet che ha attirato su De Luca l'attenzione di writers di tutto il mondo. De luca attraverso internet porta la street art anche nella casa della gente che la ignora o la disprezza .

E' un progetto di De Luca, in collaborazione con l'artista Iabo, la Performance - Madre Snaturata contro il Museo Madre di Napoli - anno 2009.

Pubblicazioni

  • Napoli Mia (Centro Il Diaframma / Canon Edizioni Editphoto Srl - 1986)

  • Napoli donna (Centro Il Diaframma / Canon Edizioni Editphoto Srl - 1987)

  • Trentuno napoletani di fine secolo (Electa, Napoli - 1995) ISBN 88-435-5206-6

  • Roma nostra (Gangemi Editore, Roma - 1996) ISBN 978-88-7448-705-9

  • Napoli grande signora (Gangemi Editore, Roma - 1997) ISBN 978-88-7448-775-2

  • Il Palazzo di Giustizia di Roma (Gangemi Editore, Roma - 1998) ISBN 978-88-492-0231-1

  • Firenze frammenti d'anima (Gangemi Editore, Roma - 1998) ISBN 978-88-7448-842-1

  • Bologna in particolare (Gangemi Editore, Roma - 1999) ISBN 978-88-7448-980-0

  • Milano senza tempo (Gangemi Editore, Roma - 2000) ISBN 978-88-492-0093-5

  • Torino in controluce (Gangemi Editore, Roma - 2001) ISBN 978-88-492-0211-3

  • Tra Milano e Bologna appunti di viaggio (Gangemi Editore, Roma - 2002) ISBN 978-88-7448-980-0

  • Swatch Collectors Book 1 (Editore M. Item - Switzerland 1992) ISBN 88-86079-01-X

  • Swatch Collectors Book 2 (Editore M. Item - Switzerland 1992) ISBN 88-86079-00-1

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