Fujifilm X-E5: prova sul campo e consigli d’uso
- Rodolfo Felici

- 1 giorno fa
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Ho avuto modo di testare la Fujifilm X-E5 per qualche giorno durante un viaggio a Londra, probabilmente il contesto più adatto per una fotocamera di questo tipo. Di seguito vi racconto le mie impressioni.
A tutti gli effetti, la X-E5 può essere considerata una X100VI a ottiche intercambiabili. È così che è stata concepita: le due fotocamere condividono sensore, processore e filosofia d’uso, compreso il selettore a levetta frontale che consente di attivare il digital teleconverter.
Se nella X100VI — con il suo 23mm f/2 fisso — la scelta dell’ottica è obbligata (limite per alcuni, punto di forza per altri), nella X-E5 il primo vero dilemma nasce proprio prima della partenza: quali obiettivi portare?
Per il viaggio avevamo a disposizione un 18mm f/2, un 27mm f/2.8 pancake, un 18-55mm f/2.8-4 e un 18-135mm f/3.5-5.6 stabilizzato. L’idea iniziale era quella di viaggiare leggeri, con il 18mm e il 18-55mm, per costruire un kit minimale, quasi “in stile Leica”, coerente con il form factor e lo spirito della macchina.
Alla fine, però, abbiamo ceduto alla tentazione della versatilità, portando anche il 18-135mm, con l’idea di coprire ogni situazione possibile con un solo obiettivo, inclusa qualche ripresa più spinta dal London Eye o dallo Sky Garden del celebre “Walkie Talkie”. A questo abbiamo affiancato il 27mm, praticamente invisibile in valigia.

Il risultato? Per quasi tutto il viaggio abbiamo utilizzato esclusivamente il 27mm, mentre il 18-135 è rimasto nello zaino, salvo rarissime eccezioni. Il 27mm (equivalente a circa 40mm) si è rivelato però troppo stretto per un uso da viaggio: negli ampi spazi londinesi — come il Victoria and Albert Museum, il British Museum, Covent Garden o il Leadenhall Market — un grandangolo sarebbe stato spesso indispensabile.
Il pancake ha il grande vantaggio di rendere la fotocamera discreta, facilmente occultabile sotto una giacca, caratteristica non banale in una grande città. Tuttavia, in moltissime situazioni siamo stati costretti a ricorrere al grandangolo dello smartphone (nel nostro caso uno Xiaomi 11T Pro), che si è dimostrato sorprendentemente efficace nel “salvare lo scatto”.
In viaggio, spesso si scatta al volo, seguendo i ritmi del gruppo. In questo contesto, lo smartphone rischia di prevalere per immediatezza, soprattutto quando l’obiettivo è semplicemente documentare. I vantaggi della fotocamera dedicata restano la qualità dell’immagine, la maggiore risoluzione e la presenza di una batteria separata.
E proprio la batteria è un punto chiave: scaricare lo smartphone significa rinunciare a mappe, traduttore, pagamenti e altre funzioni essenziali. Anche con un powerbank, è sempre meglio evitare di usarlo intensivamente per foto e video.
Il risultato finale è stato quindi una documentazione ibrida: una parte di scatti realizzati con la X-E5 e una porzione significativa — soprattutto dal secondo giorno — realizzata con lo smartphone, in particolare per foto “di servizio” in musei o ambienti dove i 40 megapixel della Fuji risultavano francamente eccessivi. Il 18-135mm, dal canto suo, si è rivelato spesso ingombrante e poco coerente con il corpo macchina: troppo vistoso per un uso discreto e, in alcuni contesti, potenzialmente poco sicuro (è sempre poco piacevole passeggiare con un'etichetta con scritto "turista" in fronte, anche in una città sicura come Londra.
Tornato a casa, credo di aver compreso la vera vocazione della X-E5, montando il 18mm f/2 — di fatto da considerare quasi un’ottica fissa — e utilizzando il “Classic Viewfinder Mode”, una novità interessante introdotta da Fujifilm. Questa modalità si può attivare solo impostando il “Surround View” su “black” o “line” (non su “semi-transparent”) nel menu impostazioni.
A quel punto, il mirino cambia radicalmente: tempi e diaframmi vengono mostrati in rosso, in stile anni ’80 (ricordando macchine come Contax RTS o Olympus OM-4), mentre l’esposimetro diventa ad ago, sulla destra, come nelle Canonet o nelle Nikkormat.
Impostando la messa a fuoco manuale si possono attivare diversi aiuti visivi: focus peaking, immagine spezzata (purtroppo quadrata) o il nuovo microprisma digitale, interessante ma un po’ troppo grande per richiamare filologicamente l’esperienza analogica.
La caratteristica più affascinante, però, è la presenza delle cornicette digitali con bordi stondati, che richiamano il mirino di fotocamere come la Leica M3. Queste simulano la visione fuori campo tipica dei mirini galileiani, consentendo di di vedere anche ciò che accade fuori dall’immagine che sarà registrata quando si utilizza il digital teleconverter.

Il nuovo digital teleconverter con le cornici digitali
È un concetto difficile da spiegare, ma immediatamente percepibile nell'uso: Questi dettagli consentono di sperimentare digitalmente l'esperienza analogica, riaccendendo determinate connessioni sinaptiche in chi è abituato ad adoperare fotocamere tradizionali. Il problema è che le persone in grado di apprezzare questo genere di finezze operative sono ormai molto poche, e inevitabilmente il grande pubblico finirà per utilizzare la macchina come una qualsiasi altra Fuji X.
E' qui che emerge per me la vera identità della X-E5: è una fotocamera pensata per essere utilizzata stabilmente con un obiettivo storico e luminoso come il 18mm f/2, o con il nuovo 18mm f2.8, quasi fosse una telemetro ad ottica fissa, ma capace di montare occasionalmente qualsiasi altra ottica Fuji X.
In questa configurazione si ottiene una sorta di X100VI evoluta: più flessibile, con un vero grandangolo e un sensore da 40 megapixel che trova finalmente una piena giustificazione. Nell’uso quotidiano si può lavorare come con una focale “normale”, sfruttando il digital teleconverter in posizione intermedia ed ottenendo file da 20 megapixel, come con le precedenti fotocamere della serie. All’occorrenza, si ha a tuttavia a disposizione un grandangolo ad altissima risoluzione oppure un normale lungo virtuale, comunque più che utilizzabile.
Il tutto magari arricchito dalle simulazioni pellicola — come le bianco e nero o la Classic Chrome — con grana digitale attiva.

In queste condizioni, l’esperienza d’uso diventa finalmente coerente con l’estetica della fotocamera, ovvero una moderna interpretazione digitale di una macchina a telemetro ad ottiche intercambiabili.













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