Il 14 febbraio 1990 un San Valentino da sei miliardi di chilometri, il nostro puntino azzurro
- Alessandro Fabiani

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min

Il 14 febbraio 1990 è San Valentino. Invece di cioccolatini e fiori, Voyager 1 manda a casa un biglietto un po’ diverso: un puntino azzurro dentro un raggio di luce. È “Pale Blue Dot”, la Terra vista da circa sei miliardi di chilometri. Un regalo discreto, niente dichiarazioni urlate, solo un pixel scarsi che valgono tutto.
La sequenza nasce da un’idea semplice, voltarsi indietro quando il viaggio è quasi finito. La sonda ha appena chiuso il suo giro dei pianeti esterni e il team comanda un “ritratto di famiglia” del Sistema Solare, sessanta fotogrammi da cucire insieme. In uno di quei riquadri cade la Terra, meno di un pixel, sospesa dentro una striatura luminosa. L’orario è registrato, 04,48 GMT del 14 febbraio, poco prima che le camere vengano spente per sempre per risparmiare energia. È una chiusura sobria, si ripongono gli strumenti quando la misura è fatta.
Dal punto di vista fotografico qui non c’è romanticismo, c’è tecnica. L’immagine arriva dalla Narrow-Angle Camera dell’Imaging Science Subsystem, un tele catadiottrico Cassegrain da 1.500 millimetri, rapporto f,8,5, campo di circa 0,42 gradi, su un vidicon quadrato da 800 per 800 pixel. Tre scatti separati attraverso i filtri blu, verde e violetto, poi composizione a colori in laboratorio. Niente infrarosso, niente effetti speciali. L’angolo di campo così stretto spiega perché la Terra occupi una frazione di pixel, ben sotto l’unità. A quella distanza, il pianeta ha un diametro apparente più piccolo di un singolo campione del sensore, e questo basta a calmare molti entusiasmi da zoom.
La striscia che attraversa il fotogramma non è un tramonto in miniatura. È luce del Sole diffusa dentro l’ottica, un riflesso controllato, inevitabile in quell’assetto, che coincide con la posizione della Terra nel frame. Quella coincidenza, pulita e documentata, è il motivo per cui sembra che il pianeta abiti un raggio. Nessuna pennellata digitale, solo ottica reale più un po’ di buona sorte.
I numeri raccontano il resto. La distanza è intorno a sei miliardi di chilometri, poco più di quaranta unità astronomiche. Il segnale impiega oltre cinque ore per arrivare alle antenne della Deep Space Network. I sessanta fotogrammi dell’intero mosaico non scendono tutti insieme, arrivano in coda tra marzo e maggio, perché le antenne sono impegnate anche con altre missioni. Intanto, le camere restano spente, da quel giorno non scatteranno più. Il viaggio continua con strumenti che misurano particelle, campi magnetici, vento solare. La parte “fotografica” si chiude con un saluto.
Dietro ogni fotografia c’è un gruppo di persone, anche quando l’autore non è un singolo. In questo caso i nomi noti sono quelli di chi ha pianificato e testato la sequenza, Carolyn Porco e Candy Hansen nel team d’imaging al JPL, e la spinta narrativa viene da Carl Sagan, che di quel puntino azzurro farà anche un titolo di libro. È utile ricordarlo per non cadere nella favola della macchina che decide da sola. Qui c’è un progetto, una tabella di puntamento, filtri scelti per massimizzare la leggibilità del segnale, tempi calcolati per non saturare il vidicon quando nel mosaico compare anche il Sole con il filtro più denso e il tempo più breve.
Che cosa vede un fotografo in questo fotogramma. Prima di tutto una scala. L’oggetto non ha dettaglio, non può averlo, quindi l’immagine non chiede di “estrarre” informazioni inesistenti, chiede di accettare il limite e di leggere il contesto. Poi c’è la traduzione cromatica, tre bande visibili combinate in un RGB sobrio, nessuna tavolozza esotica. Infine la scelta di mostrare anche la striscia, cioè di non ripulire ciò che rende vera l’ottica. È, in piccolo, un manifesto su come si lavora quando il dato conta più dell’impatto.
La parte materiale non è secondaria. Parliamo di tre frame registrati su nastro, trasmessi, calibrati, ricomposti. L’immagine che circola nelle versioni successive viene ristilizzata con criteri costanti, bilanci di colore coerenti, rumore trattato con mano leggera. Non è un “prima e dopo” da social, è manutenzione di archivio. Nel mosaico compaiono anche altri pianeti, alcuni più evidenti, altri appena intuibili, e il Sole è una macchia contenuta da filtri severi. La Terra resta quella macchiolina azzurra. Tutto qui.
Resta da capire perché un puntino regga lo sguardo dopo decenni. Forse perché non pretende troppo. Dice dove siamo, non chi siamo. Misura una posizione, non un carattere. È un’immagine che non si mette al centro, si mette in scala. Per questo a febbraio, tra fiori recisi e scatole rosse, quel biglietto arrivato dalla periferia del Sistema Solare continua a funzionare meglio di molte metafore. Un amante premuroso non chiede scenografie, porta il pensiero giusto al momento giusto. Voyager 1, quel giorno, ha fatto esattamente questo. Ha aperto l’album, ha infilato un piccolo rettangolo con un puntino chiaro, e ha chiuso la copertina con un gesto educato. Non c’è bisogno di altro per ricordare che casa nostra, quando la guardi da lontano, sta dentro un raggio di luce.
















Commenti