Intervista al maestro delle lunghe esposizioni, Francesco Gola

Aggiornato il: set 28




Francesco Gola è un fotografo di paesaggio ambasciatore dei marchi NiSi, BenQ, f-stop, The Heat Company, X-Rite e DXO. Le sue foto sono di grande impatto visivo e se foste interessati a imparare le sue tecniche organizza viaggi e workshop in giro per il mondo. Ha accettato di rilasciare questa intervista al nostro blog con grande piacere, vi riportiamo qui sotto le sue parole.


Francesco, tu sei un paesaggista specializzato in lunghe esposizioni, come nasce la tua passione per un settore così specifico?

Come tutte le belle cose è successo per caso. Ho sempre avuto un grande interesse per la fotografia, anche se ho iniziato a “praticare” solo quando per ragioni lavorative fui trasferito a La Spezia, in Liguria. Qui iniziai a vedere il mare con occhi diversi, e me ne innamorai. Ben presto in ogni momento libero che avevo mi ritrovavo con cavalletto in spalla a vagare lungo le meravigliose coste liguri. Per me la fotografia è sempre stata un processo meditativo e di “fuga” dalla civiltà, e nella tecnica della lunga esposizione ho trovato così la pace e la tranquillità che cercavo nella Natura.


La lunga esposizione è una tecnica che permette di dilatare il tempo fino a riuscire a offrire una percezione del mondo che non è possibile avere a occhio nudo, cosa ti piace in particolare di questa tecnica?

Credo di amarla perché fondamentalmente permette di rendere visibile l’invisibile. Anche dopo oltre dieci anni di utilizzo costante resta davvero impossibile predire con esattezza cosa succederà lasciando l’otturatore aperto per due minuti, e questo mistero fa parte del suo fascino. È come aprire una porta verso un universo parallelo.



Nelle tue foto prediligi spesso tonalità fredde, da dove deriva questa scelta?

Credo che derivi da due motivi: uno emozionale ed uno tecnico. Quello tecnico è legato al fatto che fino a qualche anno fa erano disponibili solo filtri ND (quelli che permettono di allungare i tempi) con fortissime dominanti fredde che non potevano essere totalmente neutralizzate, quindi in qualche modo bisognava “seguire” la strada indicata dall’attrezzatura. Ora questo limite è per fortuna superato, però l’aspetto emozionale ed emotivo resta: un mare in tempesta (e quindi con atmosfere generalmente fredde) mi affascina come null’altro al mondo. Credo di essere stato particolarmente influenzato in questo dalla pittura classica, ed in particolare dai dipinti di Ivan Aivazovsky.


Se potessimo vedere il tuo archivio troveremmo anche altri genere fotografici? Cosa ti piace fotografare quando non ti occupi di lunghe esposizioni?

Confesso che sono molto monotematico. A parte il piacere di scattare foto di viaggio con il mio cellulare, fotograficamente mi concentro molto sui miei paesaggi marini e sulla tecnica della lunga esposizione. Credo che “l’allenamento” costante, la ricerca dei più piccoli dettagli e la sperimentazione di nuove tecniche nel proprio stile (anche e soprattutto in post-produzione) siano essenziali per continuare a crescere nel campo fotografico che si ama. Forse è un paragone un po’ forzato, ma è difficile vedere un atleta olimpico di scherma allenarsi nel nuoto. Detto questo, mi interesso a tutti i generi fotografici e cerco sempre di arricchire la mia libreria: tante idee, tanti ragionamenti di composizione nascono proprio dallo studio di lavori che nulla hanno a che fare con la fotografia paesaggistica marina.



In questo periodo un piccolo accenno all’attualità non possiamo non farlo: quello della fotografia di viaggio e di paesaggio è un settore che da sempre interessa molte persone, ma improvvisamente a causa della pandemia a inizio marzo siamo stati confinati a casa e non si sa quando potremo riprendere a viaggiare con regolarità. Personalmente mi sono ritrovato l’8 marzo a viaggiare in un Airbus A320 con appena 20 persone al suo interno per poter tornare a Roma in un’atmosfera completamente irreale. Tu come hai vissuto questa situazione e che idea ti sei fatto per il futuro?

Purtroppo, penso che quanto è successo cambierà drasticamente il nostro mondo e il nostro modo di viaggiare. Non penso sarà necessariamente un cambiamento totalmente in negativo poiché storicamente nuovi problemi permettono di generare nuove soluzioni: basti pensare all’impulso verso il digitale e allo sviluppo di nuovi modi e “riti” di connessione fotografica, come webinar, corsi online, video tutorial e così via. Purtroppo però penso anche che viaggiare sarà più complicato e, nella prima fase in particolare, si ritornerà di fatto a una situazione simile a quella degli anni ’80, dove l’incremento dei costi di trasporto precluderà gli spostamenti che eravamo abituati a fare nell’era “Ryanair”. Questo inevitabilmente si ripercuoterà su chiunque organizza corsi fotografici in campo... e su chi vorrà parteciparvi, purtroppo.


Grazie alla fotografia hai viaggiato molto, l’impressione è che i lavori nel vecchio continente siano tra i tuoi migliori, anche tu come me pensi che la bellezza degli scenari europei sia spesso sottovalutata?

Credo che l’Europa si fantastica non solo perché è ricca di paesaggi oggettivamente bellissimi, ma anche perché in distanze relativamente brevi abbiamo una quasi infinita varietà di scenari fotografabili. Misurando le distanze in ore di volo, dall’Italia in poco più di 2 ore si copre circa l’80% delle destinazioni spaziando dalla Scozia alla Sicilia... inimmaginabile in qualunque altro continente e questo senza dubbio per un fotografo paesaggista rappresenta un grande vantaggio. Sicuramente il richiamo di terre lontane ed esotiche ci spinge a cercare sempre nuove destinazioni lontane, ma credo che la nostra cara e vecchia Europa possa ancora darci tanto.



C’è un posto che vorresti fotografare e per il quale fremi all’idea di andare non appena sarà possibile?

Confesso di amare il tornare nei luoghi già visitati, anche perché fotograficamente si tende spesso a voler perfezionare uno scatto o una composizione. Se devo però pensare ad una nuova meta non ancora visitata, devo dire che questo periodo mi ha permesso di potermi documentare a fondo su un progetto a lungo termine che stavo da tempo coltivando: la costa del Cile.


C’è invece un posto che ti è rimasto particolarmente nel cuore tra quelli che hai visitato?

Indipendentemente dal progetto di cui sopra, sono un amante del cosiddetto “mare freddo”, quindi in particolare del Nord Europa. Tra di essi senza dubbio la Scozia riserva un posto speciale nel mio cuore. È una delle aree che ho visitato con più costanza, anche in solitaria, e che difficilmente mi stancherò di visitare visto che è comunque ancora ricca di paesaggi fuori dalle rotte fotografiche.



Quando si parla di paesaggio naturale si pone lo spettatore di fronte alla grande bellezza della scena, pensi che questo possa aiutare a sensibilizzare le persone verso le cause ambientali?

Credo che il rispetto del nostro pianeta non sia solo una necessità, ma un dovere. Per fortuna l’attenzione a temi climatici e ambientali sta diventando sempre più rilevante e credo che la fotografia possa fare molto per sensibilizzare l’opinione pubblica. Purtroppo la realtà dei fatti è che per il pianeta siamo diventati non troppo diversi dal virus che stiamo combattendo in questi difficili mesi. Come sempre, ci accorgeremo del valore di ciò che abbiamo solo dopo averlo perso, un po’ come ci siamo accorti ora di cosa vuol dire rinunciare alle nostre libertà dopo averle considerate scontate per decenni.


Per le tue foto quanto conta la preparazione e quanto il saper cogliere l’attimo?

Credo che la pianificazione fotografica sia indispensabile per ogni fotografo paesaggista, non perché ci garantisca di ottenere un buon risultato, ma perché ci massimizza le possibilità di ottenerlo. Al giorno d’oggi la tecnologia ci permette di arrivare a livelli di pianificazione impensabili quando ho iniziato a fotografare e credo che un buon paesaggista debba cercare di trarne il massimo vantaggio. Ma come sempre è la Natura al comando, quindi quell’attimo magico per cui viaggiamo migliaia di chilometri sarà sempre impossibile da pianificare e questa imponderabilità rimane una delle cose più belle della fotografia secondo me.



Quale attrezzatura utilizzi per scattare le tue foto?

Non credo molto nella “guerra dei brand” e quindi nel corso degli anni sono passato da un marchio all’altro a seconda delle necessità. Credo infatti che prima ci si debba focalizzare su cosa ci serva per ottenere il risultato che vogliamo e poi scegliere l’attrezzatura di conseguenza, in base alle nostre possibilità ovviamente. Come fotografo paesaggista per me sono indispensabili qualità ottica e gamma dinamica del sensore, pertanto attualmente sto usando una Nikon D850 sulla quale monto delle ottiche Zeiss 18mm e 21mm e dei filtri (Polarizzatore, GND e ND) di NiSi.


C’è qualche consiglio che vorresti dare ai nostri lettori?

Credo che una delle lezioni più importante che abbia imparato in questi anni di fotografia paesaggistica è che non c’è nulla di più utile del fallimento. Sembra un paradosso, ma ho imparato e sono cresciuto di più facendo tesoro di ogni fallimento più che di ogni successo. Per ogni foto che vedete pubblicata, ce ne sono almeno 10 che vanno nel cestino con conseguente fallimentare viaggio alle spalle. Facendo però tesoro di ciò che è andato storto e cercando spunti di miglioramento piuttosto che giustificazioni esterne legate al destino sono riuscito a migliorarmi. Il vero successo è quando vi sentirete insoddisfatti in qualche dettaglio del vostro scatto: è il vero motore del miglioramento.



Come vedi da professionista lo stato di salute della fotografia in Italia?

Sicuramente la fotografia sta suscitando sempre più interesse poiché grazie agli sviluppi tecnologici e alla possibilità di accedere facilmente a didattiche dedicate al genere fotografico di interesse la fotografia è ormai davvero alla portata di tutti. Se da un lato questo può portare ad un certo fenomeno di omogeneizzazione, in cui tanti fotografi cercano solo di conformarsi a modi e stili esistenti, permette anche di incontrare nuovi fotografi che con il loro stile e la loro personale visione possono rappresentare il nostro paese nel mondo nel migliore dei modi. Da un punto di vista più commerciale purtroppo rimane davvero difficile vivere di fotografia in Italia, credo fondamentalmente legato alla mancata percezione del valore del prodotto finale da parte dei brand e alla svendita del prodotto stesso da parte dei fotografi pur di “comparire”.


A noi piace parlare non solo di fotografi, ma anche di fotografie: c’è una fotografia dietro la quale c’è una storia particolare, alla quale sei particolarmente affezionato per un motivo o per la quale hai semplicemente qualche aneddoto simpatico che ci vuoi raccontare?

Credo che la fotografia a cui sono più legato sia “Elements” scattata in Islanda ormai qualche anno fa. Era l’ultimo giorno di un bellissimo viaggio che non dimenticherò mai, e visto il meteo di pioggia fitta e costante eravamo andati allo spot fotografico solo per “salutare” l’Islanda prima di dirigerci verso l’aeroporto. È come se l’Islanda avesse deciso di salutarci a sua volta: all’improvviso la pioggia è cessata e le nuvole hanno cominciato a diradarsi, mostrandoci uno spettacolo che difficilmente scorderemo. È stata un’emozione unica, che non riuscirei a descrivere in altro modo se non con la mia fotografia.



Elements


Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato. Vuoi indicare a chi non conosce le tue fotografie i modi per rimanere sempre aggiornati sui tuoi lavori fotografici?

Grazie a voi! Qui le coordinate dove potete trovarmi e scrivermi.

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