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  • Rodolfo Felici

Le favolose Olympus OM1 ed OM2

Prima di parlarvi della serie OM dell'Olympus, e in particolare delle due fotocamere "gemelle" OM1 ed OM2, devo fare una doverosa premessa.




Le macchine fotografiche sono tutti strumenti affascinanti, ciascuna a suo modo, ed ognuna di esse è uno strumento valido per realizzare delle belle foto; molte sono anche piuttosto simili. Tutte le SLR (single lens reflex, per distinguerle dalle TLR, twin lens reflex, ossia Rolleiflex e derivate) degli anni '70 si assomigliano molto, per un lungo periodo le case costruttrici si son copiate a vicenda le soluzioni costruttive ancor più di quanto non lo facciano ora, e in fondo a quel tempo condividevano tutte lo stesso sensore: la pellicola. Da un certo punto di vista, estremizzando molto, erano tutte variazioni sul tema della medesima fotocamera. Studiare la storia del mezzo tecnico potrebbe apparire un mero diletto mentale privo di senso, e può facilmente diventarlo. Tuttavia, studiare, amare, ammirare ed utilizzare gli strumenti che hanno fatto la storia della fotografia - se fatto con il giusto approccio - ha perfettamente senso, perché ogni fotocamera è un oggetto di design, con una sua genesi alle spalle, che si inserisce in un percorso evolutivo del mezzo tecnico e che predispone colui che la utilizza ad una specifica prassi mentale, o ad un certo tipo di approccio alla fotografia. Interi generi fotografici sono legati storicamente a specifici modelli o marchi.


La fotografia è fatta anche di sensazioni tattili, di rumori (il trascinamento della pellicola, il rumore dello specchio), visive e persino olfattive (a questo proposito vi consiglio questo video).


Ecco, la fotocamera di cui vi parlerò oggi è un ottimo esempio di tutto questo. L'Olympus OM ha un peso, una solidità, una fluidità e delle proporzioni molto caratteristiche; è difficile descrivere a parole le sensazioni che si provano utilizzandola, ma vi assicuro che è uno di quegli strumenti capaci di generare una piacevole nostalgia in chi l'ha adoperata per un periodo e poi venduta o riposta in un cassetto. Quelle sensazioni non sono frutto del caso, ma del genio di un singolo uomo, una persona che stimo molto e di cui vi ho già parlato a lungo in un altro post. Questa persona si chiamava Yoshihisa Maitani.

L'ingegner Maitani è stato capo designer dell'Olympus dal 1954 al 1966, e come vi ho già raccontato aveva una grande passione per le fotocamere. La leggenda vuole che costruì la sua prima macchina fotografica da bambino usando una piccola scatola di cartone; prima ancora di essere uscito dall'università progettò e brevettò la sua prima fotocamera.

A Maitani si presentò inizialmente l'opportunità di lavorare come designer in una fabbrica di automobili, ma lui rifiutò l'offerta di lavoro (una cosa inconcepibile in Giappone a quell'epoca) per dedicarsi alla progettazione di fotocamere, la sua vera passione. Spesso accade che una mente talentuosa nasca nel posto giusto al momento giusto: il Giappone del dopoguerra doveva essere il posto ideale per nascere progettista di fotocamere. La fotografia era vista da moltissime aziende come un settore per mezzo del quale era possibile contribuire alla rinascita economica e sociale del paese. Una fotocamera giapponese era un bel souvenir da portare oltreoceano per i militari americani, ed un bel regalo per parenti ed amici.

Canon e Nikon, dopo aver prodotto inizialmente copie di fotocamere tedesche (Contax e Leica), reinventarono le reflex applicando sopra ai loro modelli a telemetro un pentaprisma ed uno specchio a ritorno automatico. Nikon presentò nel 1959 la Nikon F e Canon la meno fortunata Canonflex. Per un decennio si avvicendarono sul mercato reflex un poco più grandi e pesanti delle controparti a telemetro da cui erano derivate, ma estremamente versatili. Maitani aveva però anche il pallino per la miniaturizzazione. Per lui una fotocamera doveva essere qualcosa da indossare, da portare sempre con sé e tirar fuori al momento del bisogno, come una penna; infatti, il suo primo successo fu la serie di fotocamere mezzoformato chiamata "Pen", di cui realizzò anche il modello reflex "Pen F". Fu una serie di grande successo, imitata anche da altri produttori (fra cui Canon, con la Demì). Da un normale rullino da 35 pose era possibile ricavare 70 fotogrammi, ma ovviamente era una soluzione di compromesso che andava a discapito della qualità dell'immagine.


L'intera produzione della Olympus, quando Maitani cominciò a lavorare alla OM, era incentrata sulla linea Pen mezzo formato. La Nikon F aveva rivoluzionato il mercato tredici anni prima, rendendo la reflex uno standard per tutti quei professionisti che prima di allora erano abituati ad utilizzare una Leica ed il formato 35mm, ma le nuove reflex, come abbiamo detto, erano indubbiamente più grandi e pesanti delle fotocamere a telemetro. Maitani aveva il difficile compito di creare per l'Olympus una reflex full frame 35mm con tredici anni di ritardo sulla concorrenza, in un mercato ormai saturo ed affollato. Era solito dire però che era inutile produrre qualcosa che era già stato realizzato da qualcun'altro. Decise perciò di realizzare quel che fino ad allora era ritenuto impossibile: una reflex con gli stessi medesimi pesi ed ingombri di una Leica M, allora (e tuttora) considerata lo stato dell'arte delle fotocamere a telemetro.


Per riuscirci utilizzò una serie di espedienti costruttivi, come il pentaprisma che letteralmente affonda nella sagoma del corpo macchina, ma soprattutto tolleranze inferiori. Le OM erano progettate e costruite come strumenti di precisione, con tolleranze inferiori a quelle delle fotocamere della concorrenza. All'epoca si pensava che una reflex professionale richiedesse tolleranze maggiori e componentistica sovradimensionata, ma le macchine della concorrenza erano garantite per 50mila scatti, mentre le OM lo erano per 100mila.

Anche il nome OM è un omaggio alla serie M della Leica. Le prime OM1 si chiamarono semplicemente M1, ma Olympus dovette aggiungere una O davanti alla M perché la Leica non gradì la cosa. Per ottenere uno scatto silenzioso quanto quello delle Leica M, oltre a degli ammortizzatori ad aria per lo specchio, fu utilizzato un otturatore in tela gommata a scorrimento orizzontale, contrariamente alle concorrenti che avevano per lo più otturatori Copal square a scorrimento verticale, o al limite con tendine in titanio o alluminio. Gli otturatori della concorrenza consentivano tempi di sincronizzazione più rapidi, di 1/125sec contro 1/60sec della OM, ma quest'ultima era più silenziosa. Ma la OM non era pensata per chi faceva grande uso del flash; la OM era pensata per convogliare verso il mondo reflex quella fascia di utenti ancora fedeli alle Leica a telemetro, gente che indossava la fotocamera perennemente a tracolla e preferibilmente in viaggio, per i giornalisti alla Tiziano Terzani, o per chi voleva viaggiare con attrezzature leggere.


Non solo il corpo macchina di una OM pesava 700 grammi in meno di quello di una Nikon (quasi la metà), ma anche le ottiche erano più piccole e pesavano la metà di quelle della concorrenza, ed non si trattava di ottiche qualsiasi, ma di un'intera linea delle leggendarie ottiche Zuiko, appositamente progettata per il sistema OM. All'epoca i fotoreporter viaggiavano con borse fotografiche contenenti circa sei chili di attrezzatura, contenenti almeno tre ottiche e due corpi macchina. Poter dimezzare quel peso significava un vantaggio enorme.


Maitani raccontò di quando Don McCullin, celebre reporter di guerra, lo raggiunse in un hotel in Costa Azzurra durante un congresso solamente per ringraziarlo di aver progettato delle fotocamere così leggere, senza le quali il suo lavoro sarebbe stato molto più difficile. A dire il vero McCullin è noto anche per la fotocamera che gli salvò la vita in Vietnam nel 1968, prendendosi