• Rodolfo Felici

La fotografia come allenamento mentale: la vita è fatta di occasioni

In fotografia da sempre esistono due approcci diametralmente opposti, due polarità. Vi è un genere di fotografia in cui l'autore, nella sua mente, fa finta di avere il completo controllo sull'immagine, agisce e pensa come se potesse scegliere il luogo, l'orario, le luci, la composizione, il soggetto, come il regista di una scena, o come un pittore, pur sapendo ovviamente che avere il completo controllo sugli eventi è impossibile. L'altro approccio è quello di colui che aspetta che la fotografia gli si presenti di fronte, e consapevole della straordinarietà di questo evento epifanico (una buona foto può "apparire" una volta al mese, o una volta l'anno) predispone ogni cosa per saperlo cogliere quando questo accadrà. E' come un pescatore, il quale non vuole certo farsi trovare addormentato quando il pesce abboccherà all'amo, e che perciò deve mantenere costantemente gli occhi aperti su ciò che lo circonda. Fra queste due polarità vi sono una infinità di sfumature e gradazioni intermedie.


Sono certo che non avrete bisogno di esempi, è facile inquadrare i più illustri maestri della storia della fotografia nella prima o nella seconda categoria. Vi propongo però anche di andare a curiosare nel settore interviste di questo blog di fotografia. Fin dalle prime risposte è abbastanza evidente quale approccio prevale in ogni singolo autore. Personalmente, posso dirvi che propendo per il secondo tipo di approccio. Come molte altre persone (non sono certo l'unico ad avere questa fissazione autoindotta), porto con me una fotocamera in qualsiasi momento e circostanza da venti anni a questa parte, perché se come ripeteva spesso Cartier-Bresson ogni foto è frutto della fortuna, è però altrettanto vero, come diceva Pasteur, che "la fortuna favorisce la mente preparata".


Ciascuno di noi ormai ha una fotocamera perennemente con sé nella tasca dei pantaloni ormai, grazie agli smartphone, ma bisogna mantenere la mente allenata, ed uno strumento che - oltre alla sostanza - abbia anche la forma di una macchina fotografica, aiuta a questo scopo. Ma proviamo a cambiare prospettiva: forse non dobbiamo allenare la mente al fine di ottenere buone foto. Forse la fotografia stessa costituisce un ottimo allenamento mentale per cogliere le occasioni che la vita ci pone di fronte. Vi consiglio di rileggere l'intervista a Damiano Rosa, di cui vi riporto un estratto. Lui ha chiamato la sua mostra "ICHI GO ICHI E" per il motivo seguente:

"ICHI GO ICHI E è un frase legata tradizionalmente alla cerimonia del tè e al buddismo zen. Letteralmente significa “una volta un incontro”, vale a dire che ogni incontro è per una sola volta nella vita di conseguenza tutto deve essere preparato alla perfezione e l’ospite deve apprezzare ciò che si sta facendo per lui in quell’unica occasione irripetibile. E’ una filosofia di vita che pervade la vita dei giapponesi sin dai primi anni di scuola. Per i giapponesi è una frase quasi banale, ma per noi è di fondamentale importanza per capire il loro stile di vita e il modo di rapportarsi con gli altri. Io l’ho interpretata anche in chiave fotografica ovviamente: ogni occasione fotografica è unica e irripetibile. La selezione che ho fatto per questa mostra è stata guidata proprio da questa frase: ogni immagine è stata in un modo o nell’altro un momento irripetibile della mia esperienza personale col Giappone ed ho cercato anche di mostrare la cura che ogni giapponese mette nel lavoro di tutti i giorni, nei riti religiosi e civili, nell’educazione dei ragazzi. Spero di esserci riuscito." La vita è un flusso di occasioni. Ogni istante è irripetibile, nel bene o nel male. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, come disse Eraclito. Per esperienza personale, anche il più statico dei soggetti lo è solo in apparenza. Un istante dopo sarà cambiata la luce, un dettaglio, magari arriverà un veicolo che si parcheggerà proprio di fronte al vostro soggetto e che renderà impossibile fotografarlo. Il mio consiglio (è l'approccio che uso io) è quello di allenarsi a scattare al minimo sentore di una scena interessante; deve diventare un riflesso automatico, la mente non deve avere il tempo di porre freni o scuse. Una volta portata a casa la prima foto, allora si avrà tutto il tempo di aggiustare il tiro, di interagire, di cambiare inquadratura, tempi o diaframmi, e si potrà persino innescare un dialogo nella relazione fra chi scatta e il soggetto che potrebbe portare ad una immagine del tutto differente. In questo caso, fatalità, l'immagine migliore risulta essere quasi sempre l'ultima scattata, ma per raggiungere quell'ultima foto è necessario aver scattato la prima al momento giusto, con il giusto timing. Spesso invece vedo persone con la macchina fotografica in mano posizionarsi di fronte ad un soggetto perfetto, sorridente, spontaneo, che si è appena messo in posa, e non premere il pulsante di scatto. Colui che impugna la fotocamera si blocca, indeciso, aspettando che cambi qualcosa, o si mette a giocare con le impostazioni, trastullandosi. E' l'esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare, e vi giuro che provo un fastidio fisico quando vedo questo. Mi verrebbe da urlare "scatta! premi quel maledetto pulsante!". Nel frattempo, fatalmente, la scena è cambiata. Il soggetto si è spazientito, magari si è distratto parlando con un vicino, o ha cambiato espressione, assumendo una di quelle maschere che ognuno di noi indossa di fronte al pubblico virtuale che si trova al di là dell'obiettivo.


Ciascuno di noi ha fatto, e continua a fare continuamente, di questi errori nella vita. Il giusto timing invece è fondamentale, a volte fa la differenza fra la vita o la morte (per salvare qualcuno che si sta soffocando con un pezzo di cibo si hanno solamente 24 secondi a disposizione [https://www.manovredisostruzionepediatriche.com/]), ed una informazione o una scelta giunte al momento opportuno possono cambiare il corso di una esistenza. Tuttavia ciascuno di noi, quotidianamente, continua a sbagliare. Errare è umano, ma c'è una differenza abissale fra colui che fa caso ai propri errori, e si adopera per migliorare, e colui che non si accorge neppure di farne, e dà la colpa alla sfortuna, agli eventi, alle circostanze. Il mio modesto consiglio è il seguente: indossate la fotocamera come fosse un orologio, o la vostra maglietta preferita. Non lasciatela mai a casa, anche se non prevedete di scattare foto quel giorno. Spesso e volentieri tornerete a casa con le reti vuote, ma quando invece tornerete con una preda la vostra soddisfazione sarà grande, e grande sarà il premio per la vostra costanza. In ogni caso, vi sarete allenati a cogliere le occasioni della vita: io trovo che la fotografia sia una delle forme di allenamento più efficaci che possano esistere in tal senso.

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