• Rodolfo Felici

L'Olympus OM4: la reflex 35mm con il miglior esposimetro di sempre

Aggiornato il: 28 ott 2019


Quale sia la miglior reflex 35mm di sempre nessuno potrà mai stabilirlo, ci sarebbero troppe variabili da considerare; tuttavia, se esistesse una gara per stabilire quale sia per la reflex dotata dell'esposimetro più preciso ed evoluto, probabilmente il primo posto sul podio lo vincerebbe L'Olympus OM4.

Nel 1983, quando apparve sul mercato, fu presentata come uno strumento raffinato, preciso e costoso. Nella OM4 l'elettronica non serve a rendere la fotocamera più user-frienly, come in molte delle reflex della sua era. Non era una fotocamera pensata per piacere alla massa, ma piuttosto all'utente evoluto, al quale l'avanzatissimo sistema esposimetrico offriva la soluzione ad una problema che il comune fotoamatore non sapeva neppure di avere. L'OM4 consentiva infatti di effettuare una media fra le varie misurazioni spot effettuate, sfruttando al massimo il range dinamico della pellicola.

L'ultima incarnazione della serie OM piacque molto, e rimase in listino dal 1983 al 2002, diventando probabilmente la seconda reflex più longeva della storia dopo la Nikon F3 (prodotta dal 1980 al 2000). Ancora oggi le OM4 si vendono a prezzi molto alti, dai 250 ai 450 euro, e chi ha avuto il piacere di utilizzarne una non può che descrivere con soddisfazione la sua esperienza, spendendo parole di stima per il rivoluzionario sistema esposimetrico multispot, una soluzione che non è stata più adottata da nessuna fotocamera successiva, neppure dalle più costose ammiraglie attuali. (NDA: ci è stato giustamente segnalato che la Canon T90 adottò lo stesso sistema nel 1986).

In sintesi, l'esposimetro della OM4 consente di effettuare varie misurazioni spot (fino a otto) nell'ambito dello stesso scatto, dopodiché il circuito integrato calcola il valore medio fra le letture. È più difficile da spiegare che da mettere in pratica. In sostanza il risultato è simile a quello che si ottiene con una odierna lettura matrix, la differenza in questo caso è che si può scegliere manualmente i punti dell'immagine da considerare, dando priorità alle ombre o alle luci, soprattutto se si ha cognizione della latitudine di posa della pellicola utilizzata.

Le misurazioni avvengono tramite il tasto "spot" vicino al pulsante di scatto.

Ovviamente tutta questa precisione può anche essere una fonte di distrazione nella normalità dei casi, e perciò, quando le circostanze non la richiedono, l'OM4 scatta fornendo un valore medio ponderato a prevalenza centrale, lavorando in manuale o a priorità dei tempi come una qualsiasi altra fotocamera. Per il resto L'OM4 si comporta in ogni caso come la sua progenitrice OM2, ossia fornisce una lettura TTL - OTF (trough the lens, off the film plane), misurando la luce riflessa dalla pellicola durante lo scatto, e non prima di esso. Tutte le altre reflex dell'epoca effettuavano infatti la misurazione prima dello scatto, ignorando qualsiasi ulteriore variazione di luce potesse accadere nel periodo in cui l'otturatore rimane aperto e lo specchio sollevato.

All'atto pratico la lettura TTL (adottata da tutte le reflex attuali) rende infinitamente più semplice l'utilizzo del flash e dei lampeggiatori da studio, e all'epoca rappresentò una grandissima innovazione. Prima di allora era necessario effettuare dei calcoli per stimare quanta luce sarebbe effettivamente arrivata alla pellicola durante l'esposizione, con l'OM2 si aprivano nuovi orizzonti di sperimentazione con la luce artificiale. La tendina della OM4, così come quella della OM2, ha impresso un pattern irregolare di quadratini bianchi e neri, un motivo grafico che assomiglia ad un moderno QRCode studiato appositamente per far sì che la tendina stessa rifletta la luce con la stessa intensità della pellicola. Con questa soluzione progettuale il team di Maitani (il genio dietro tutta la serie OM) trovò il modo di misurare correttamente l'esposizione anche in occasione tempi veloci in cui, come è noto, la pellicola non viene esposta nella sua interezza per la durata nominale dello scatto.

Negli otturatori come quello della OM (o della Leica), quando si adottano i tempi superiori ad 1/60 la prima e la seconda tendina si avvicinano fra loro, lasciando esposta una "feritoia" di dimensione variabile che scorre orizzontalmente sul piano focale impiegando comunque 1/60 di secondo per percorrere l'intero fotogramma, ma esponendo alla luce le singole porzioni dell'immagine per un tempo molto inferiore ad ogni singolo scatto (1/2000 di secondo nel caso della OM4). L'OTTURATORE Uno dei limiti della serie OM era appunto l'otturatore in seta, a scorrimento orizzontale, elettronico sul piano focale. Gli otturatori a scorrimento orizzontale avevano un tempo minimo di sincro flash limitato in genere ad 1/60. In effetti non era un vero e proprio limite, ma più che altro una caratteristica delle ammiraglie dell'epoca, molte delle quali (come la Nikon F3 o la Pentax K1000) disponevano di otturatori a scorrimento orizzontale dotati di sincro flash lento, considerati più affidabili sulla lunga durata. Maitani aveva scelto questo tipo di soluzione proprio perché il sistema, storicamente adottato da Leica fin dagli albori del formato 35mm, era ormai di comprovata efficacia. Vi erano tuttavia da molto tempo in commercio fotocamere con otturatore di tipo Copal in metallo, a scorrimento verticale, dotate di sincro flash più rapidi. Scorrendo sul lato corto del fotogramma, le lamelle dell'otturatore impiegano infatti un tempo minore per arrivare a fine corsa. La coeva Nikon FE2 poteva utilizzare il flash anche ad 1/250 di secondo, il che nella pratica rende possibile l'uso del flash anche con diaframmi molto aperti; consentiva inoltre di utilizzare tempi rapidi per scurire lo sfondo o di congelare il movimento, e soprattutto di utilizzare il flash come lampo di schiarita delle figure in controluce nelle ore diurne. IL FLASH DEDICATO F280

Nel 1986 l'Olympus presentò l'OM4 Ti, una versione migliorata della OM4 standard che cercava risolvere il problema attraverso l'utilizzo del flash dedicato F280, il quale consentiva l'uso del lampeggiatore alla velocità da record (per l'epoca) di 1/2000 di secondo. L'idea alla base dell'F280 era semplice e innovativa. Invece di scattare una volta sola, il lampeggiatore dedicato scattava delle raffiche di lampi estremamente ravvicinate, come quelle di una lampada stroboscopica, per una durata complessiva di 1/25 di secondo. In questo modo si otteneva la sincronizzazione su tutti i tempi rapidi, da 1/60 ad 1/2000 di secondo. Come si è detto questo flash può essere utilizzato solamente sulla versione Ti della OM4, la quale aveva, fra le altre cose, le calotte in titanio, oltre a impermeabilizzazione ed elettronica migliorate (fu prodotta sulla scia della Nikon F3T, anch'essa in titanio).

L'ALIMENTAZIONE Sembra che molte OM4 soffrano di un problema di "battery drain"; le batterie si scaricherebbero troppo presto nei primi modelli. Il circuito venne aggiornato durante la produzione, e le fotocamere potevano anche essere inviate alla casa madre per effettuare la sostituzione dell'elettronica su richiesta. Personalmente non lo considero un gran problema, è sufficiente avere con sé un kit di batterie di ricambio quando ci si reca lontano da un centro abitato e da negozi di elettronica. Ricordatevi di acquistare le SR44 (silver oxide) e non le LR44. Le seconde non si scaricano in maniera uniforme e possono causare letture esposimetriche inaccurate, con errori fino a 2 stop. Per capire se la vostra OM4 è dotata di un circuito aggiornato o meno pare che sia sufficiente lasciare il selettore in posizione "battery test" per più di 60 secondi. Se il cicalino suona ad oltranza la vostra fotocamera è dotata del circuito della prima serie, se si spegne dopo un minuto vuol dire che è di produzione più recente, o che è stato aggiornato. L'esemplare in mio possesso ha un cicalino che non si spegne dopo il minuto, e in effetti le batterie sono durate solamente un mese, durante il quale però le ho messe a dura prova, facendone un uso veramente intensivo: ho l'abitudine di scattare molto a vuoto, senza pellicola, per testare la fotocamera e l'esposimetro, e come antistress serale. Un otturatore elettromagnetico consuma in fretta la batteria se resta aperto per lunghi periodi, e l'otturatore della OM4 può rimanere aperto fino a 240 secondi in condizioni di scarsa luce.

Per risparmiare la batteria c'è chi consiglia di riporre la macchina dopo aver impostato la posa B o il tempo di scatto meccanico segnato in rosso di 1/60 di secondo. L'OM4 infatti (come la Nikon F3) dispone anche di un tempo meccanico, che è possibile utilizzare nel caso ci si trovi in situazioni di emergenza senza batterie di riserva (o semplicemente se si vuole risparmiare energia). Impostandolo, qualsiasi dispersione di energia viene eliminata. Sempre al fine di risparmiare energia si può anche ruotare la levetta (estremamente minuta e un pò scomoda le prime volte) che si trova intorno al led dell'autoscatto. Ruotandola in senso orario si disattivano tutti i cicalini. Ruotandola in senso antiorario invece si attiva l'autoscatto.

Dal punto di vista del design la OM4 ricorda molto tutte le altre Olympus OM che l'hanno preceduta (rimandiamo a questo proposito all'articolo sulla OM1 ed OM2). Era proposta in un nero leggermente satinato (le OM1 e OM2 sono di un nero un po' più lucido) o in versione champagne nella versione Ti. La slitta flash, intercambiabile nei modelli precedenti, sulla OM diventa fissa. Il selettore dei tempi, come in tutte le OM, si trova intorno al bocchettone di innesto dell'obiettivo; una caratteristica questa comune solamente alle Nikkormat FT, FTn ed FT2; una soluzione abbastanza comoda, anche se sulle OM non è possibile vedere il diaframma impostato senza staccare l'occhio dall'oculare, cosa possibile invece nelle Nikon.

A mio parere, in tutte le OM il design stesso (studiato nei minimi dettagli da Maitani) intende suggerire una prassi di utilizzo: si presume che il diaframma debba essere impostato all'inizio della sessione di scatto, in base alle esigenze e alle condizioni di luce (diciamo 11 a 16 se in piena luce, da 5.6 a 8 se è il crepuscolo, da 1.4 a 2.8 in interni); una volta portata la macchina all'occhio, si aggiusteranno i tempi dal selettore fino a portare l'ago al centro. Una rapida occhiata dall'alto, staccando l'occhio dalla fotocamera, consentirà allora di visualizzare rapidamente l'accoppiata tempo/diaframma e di correggerla prima di continuare a scattare. Il senso dei tempi sul bocchettone di innesto per me è tutto lì, serve a consentire di visualizzare tutto con una singola, rapida occhiata.

Stranamente, il pentaprisma dell'OM4 protrude leggermente, e quindi per visualizzare i tempi staccando la macchina dall'occhio bisogna inclinarla parecchio, infilando lo sguardo fra il logo Olympus e la flangia di innesto dell'obiettivo. I tempi in pratica bisogna leggerli nel mirino; immagino che sia stato necessario allontanarsi un poco dalla pulizia delle linee delle OM1/OM2 per alloggiare il display LCD. L'esposimetro della OM4 infatti non è più un galvanometro ad ago come quello dei modelli precedenti, bensì un display LCD con una barra segmentata ad indicare il tempo impostato, e dei diamantini che indicano le varie misurazioni spot effettuate. Il diamantino lampeggiante indica il valore relativo alla misurazione spot ancora da registrare. Il tutto si può illuminare, premendo un piccolo tasto laterale, non particolarmente comodo. Il tasto per riavvolgere la pellicola è stato spostato vicino alla leva di carica. Una leva intorno al pulsante di scatto consente di memorizzare l'esposizione per più scatti o di vuotare la memoria, e i due pulsanti quadrati consentono di sovraesporre o sottoesporre rispettivamente di 2 stop e di 2,3 stop, per compensare le letture fornite inquadrando soggetti molto chiari (come le pagine di un libro) o molto scuri (come un disco in vinile), particolarmente distanti dal grigio medio per cui sono tarati gli esposimetri. Nessuna Olympus serie OM presenta un pulsante di blocco dello scatto. Lo stesso Maitani motivò le ragioni di questa scelta: per lui era molto meglio perdere un fotogramma scattando involontariamente a vuoto piuttosto che perdere un momento decisivo per aver dimenticato di sbloccare il pulsante di scatto. Condivido a pieno il ragionamento, dato che mi son ritrovato spesso nella seconda situazione utilizzando la F3. In ogni caso il pulsante è protetto da una corona, e premerlo inavvertitamente è piuttosto difficile. Come l'OM2, anche l'OM4 ha una sua controparte completamente meccanica, ed è l'OM3 (molto più rara e costosa attualmente).

Un'ultima curiosità: una OM4Ti appare nei titoli di testa di Licence to Kill, film di 007 con Timoty Dalton del 1989, in un'era in cui il product placement era decisamente più esplicito di oggi. In ogni caso è indicativo del fatto che all'epoca era percepita (o la si voleva proporre) come un'oggetto estremamente tecnologico e di lusso, come tutto ciò che appare nei film di 007.

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