• matteovirili

Nella tana del perfezionista: una giornata con Sandro Presta

Aggiornato il: 28 ott 2019


Costante studio, ordine e pulizia maniacali e zero peli sulla lingua: questo è Sandro Presta, professionista della stampa a colori in camera oscura e attento fotoriparatore.

"Sono tuo per tutta la mattina" mi dice Sandro Presta quando concordiamo l'appuntamento per questa intervista. E intendeva proprio tutta la mattina. L'incontro con Sandro è previsto alle sette nella piccola stazione di Chiavari, quasi deserta a quell'ora e pervasa da un'aria fresca intrisa di salsedine. Sandro è puntualissimo e ci tiene ad abbattere subito il classico stereotipo del ligure taccagno offrendo un’ottima colazione. Qualcuno lo avrà già conosciuto sul forum Analogica.it, nato nel 2011 dall'idea e dal codice di Alessandro De Marchi (aka Etrusco) e diventato nel tempo un punto di riferimento per tutti gli appassionati di fotografia analogica. La sua esperienza e la disponibilità a metterla a disposizione dei neofiti lo hanno portato ben presto a diventare una colonna del forum, non senza attirarsi qualche antipatia, perché è diretto e ama dire quello che pensa. "Semplicemente" dice Sandro "non sopporto chi, anziché riportare le proprie esperienze dirette, parla per sentito dire, generando confusione e alimentando falsi miti”.

Sull’approccio rigoroso di Sandro non mi è più permesso avere dubbi una volta varcata la soglia del suo laboratorio, posto sulle tranquille colline di San Colombano Certenoli (GE) con vista sul mare in lontananza; difficile immaginare un posto migliore per lavorare in pace. Il parquet e il profumo di caffè proveniente dalla sua abitazione annessa allo studio mi spiazzano: non ero pronto a una camera oscura così accogliente, dopo averne viste tante di fredde e lugubri in bagni o seminterrati. Sandro stampa per sé da tanti anni e ora, a seguito della chiusura della ditta di famiglia in cui lavorava, ha potuto finalmente realizzare il sogno di stampare per professione. Tutto nel suo laboratorio è in perfetto ordine con le varie attrezzature sempre facilmente accessibili. Mi colpisce uno scaffale con una etichetta per ogni ripiano: "provini da fare", "provini fatti", "provini da inviare" e non è il solo esempio dell'indole estremamente metodica del proprietario.

Si toglie la giacca mostrando con nonchalance un maglione verde con disegnate delle renne natalizie: decisamente non segue le mode. È abituato ad andare al sodo ed è una persona estremamente pragmatica. Capace di cavarsela nelle situazioni più disparate grazie a un'invidiabile manualità, definisce il suo un laboratorio autarchico. "Metà delle cose che vedi qui dentro sono state costruite artigianalmente da me" dice con un certo orgoglio. Mi mostra un sistema di oscuramento automatizzato, un impianto di riscaldamento e raffreddamento dell'acqua annesso alla sua sviluppatrice Jobo ATL-2 per lavorare sempre a temperatura costante anche nelle fasi di lavaggio, un ingegnoso apparato per lavorare più facilmente la carta fotosensibile in rotoli al buio e una miriade di altre piccole soluzioni personalizzate che gli permettono di lavorare con la massima comodità. "Si lavora comodi e si lavora puliti!”. Questo è il suo mantra. “Diversamente non si contano le delusioni e la crescente frustrazione fa passare la voglia”. Mi mostra un accessorio che usa per pulire i negativi prima di stamparli, che per una completa rimozione di polvere e pelucchi si avvale sia di morbide setole che di un sistema elettrostatico “perché si può anche spuntinare dopo, ma è una scocciatura”.

È un perfezionista, non solo in camera oscura. “Quando mi stufo di qualcosa la abbandono di colpo e del tutto” dice Sandro “ma mentre ci sono dentro mi ci dedico con tutto me stesso e vado davvero a fondo. Per anni il mio grande amore è stata la motocicletta. Ho perso il conto delle notti passate in garage a dedicarle le mie cure. Che fosse bella e affidabile non mi bastava: volevo che la mia moto fosse la migliore! Il mio approccio è lo stesso anche oggi: il servizio che offro ai clienti del mio laboratorio deve essere al massimo livello, ma per farlo ci vogliono studio, pazienza, padronanza della tecnica, attrezzature giuste, ordine e controllo di tutti i parametri in gioco. Solo così si possono ottenere risultati certi e ripetibili”.

Da una libreria prende un volume in inglese e dal modo in cui lo sfoglia mi è chiaro quanto lo consideri prezioso: "Questo è il Santo Graal dell'ingegneria che sta dietro le pellicole a colori. È stato scritto da un ex ingegnere Kodak e spiega nei minimi dettagli i procedimenti industriali per la produzione delle pellicole". Mi spiega la complessità che si cela in quei pochissimi micron di materiale che riveste il supporto della pellicola: "Almeno 17 strati per le negative colore e molti di più per le diapositive, spessi mediamente un paio di micron! La tolleranza, non solo chimica, ma anche meccanica nel processo di stesura è davvero minima. Perfino le vibrazioni indotte dagli autoveicoli di passaggio a fianco agli stabilimenti possono inficiare il risultato, motivo per cui spesso le macchine di stesa sono collocate in ambienti sotterranei". È un fiume in piena e mi arrendo all’impossibilità di annotare ogni cosa. La grande competenza che traspare dalle sue parole e il trasporto che le accompagna invitano ad abbandonarsi all’ascolto.

Sandro Presta ha dedicato anni allo studio e al perfezionamento del metodo Ghedina per l’inversione delle pellicole in bianco e nero, tanto da guadagnarsi la fiducia e la stima della ditta fotochimica Bellini Foto che lo ha coinvolto nello sviluppo del proprio kit di inversione, riconosciuto come uno dei migliori da molti addetti ai lavori. “Ho collaborato con Bellini testando in anteprima anche i loro kit per dia e negativi colore e per la stampa a colori, ma anche i loro chimici per sviluppo e stampa del bianco e nero”.

Dopo avermi mostrato sul piano luminoso diapositive in vari formati, inizia a tirare fuori dai cassetti molte sue stampe, sia a colori che in bianco e nero. Di alcune conserva anche versioni non definitive. Stampe realizzate per mostre di fotografi molto interessanti si alternano a semplici foto di famiglia dell’ultimo cliente o a stampe personali. “Trovare la giusta filtratura per la stampa a colori significa sempre trovare un compromesso, ma va cercato con criterio se si vuole che il risultato sia naturale”. Mi mostra la foto di un bambino che gioca sotto la folta chioma di un albero “Qui” spiega “ho filtrato prendendo come riferimento le foglie, e non la pelle. È infatti accettabile una leggera dominante verde sulla pelle perché tutti sappiamo che la luce riflessa da una superficie di un certo colore ha un impatto sugli oggetti vicini. Diversamente un fogliame con una forte dominante magenta sarebbe inammissibile”. È poi la volta di una stampa in bianco e nero dai forti contrasti, che ha per soggetto un uomo in ombra a bordo di un vaporetto sullo sfondo assolato di un famoso canale di Venezia. I dettagli perfettamente leggibili sia nelle alte luci che nelle ombre mi lasciano ben pochi dubbi anche sulle abilità di Sandro nell’arte dello scherma e brucia (quello fatto a mano sotto la luce dell’ingranditore non su Photoshop!).

La nostra chiacchierata viene a un tratto interrotta da una telefonata che ha tutta l’aria di essere molto attesa. “Parlavo con un bravo orologiaio” dice Sandro a fine chiamata notando la mia curiosità. “Mi sta aiutando a ricostruire dei pezzi per una fotocamera che sto riparando”. Così dicendo comincia a parlarmi dell’altra metà del suo lavoro: quella di fotoriparatore. Mi conduce in una stanza attigua dove si trovano gli strumenti più vari per scomporre e ricomporre quei prodigi della tecnica che sono le fotocamere analogiche meccaniche. “Hanno molto in comune con l’orologeria più complessa”. Tira fuori dalla libreria Orologiaio Riparatore, di Donald De Carle, libro considerato la Bibbia del genere. “Non sono un fotoriparatore generico: mi concentro su corpi macchina e obiettivi Hasselblad, marchio di cui sono personalmente molto appassionato, e obiettivi per grande formato”. Mi dice che a volte si trova ottima documentazione ufficiale che aiuta nelle riparazioni, altre volte questa è scarsa o assente e che in questi casi oltre alla competenza diventa fondamentale possedere capacità di osservazione e moltissima pazienza. “Quella mi serve soprattutto quando ho a che fare con attrezzatura che ha già subito tentativi di riparazione grossolani a opera di qualche ciarlatano” aggiunge Sandro con un sorriso rassegnato.

Sul tavolo da lavoro giacciono due corpi Hasselblad di epoche diverse, completamente smontati. È incredibile la quantità di ingranaggi e molle più piccoli di un’unghia e di viti ancor più minuscole che si celano all’interno. Come i tanti componenti di un’orchestra suonano la loro sinfonia, guidati da pulsanti e leve che attivano in contemporanea tante azioni invisibili al fotografo. Si rimane affascinati davanti a questa estrema e tangibile dimostrazione dell’ingegno umano. “Il genio di Victor Hasselblad lo vedi in queste due fotocamere: la più recente delle due è anche quella più robusta e più facilmente riparabile. Tutto il contrario dei prodotti tecnologici di oggi, meri oggetti di un desiderio passeggero resi volutamente sempre più fragili e difficili da riportare in vita quando si rompe qualcosa”.

Sandro mi racconta di un suo periodo da fotografo digitale e di come sia tornato alla pellicola perché sentiva che qualcosa gli mancava. Quel qualcosa che lo ha riportato dal brillante monitor di un computer al buio di una camera oscura deve essere la stessa cosa che lo porta a prendere in mano gli attrezzi e a chinarsi su qualsiasi cosa che non funziona più o che crede che potrebbe funzionare meglio o solo diversamente: “Ho modificato questa sviluppatrice per carta della Jobo per variare a piacimento il tempo di immersione, così posso avere un migliore controllo sulla saturazione…”. Decisamente Sandro Presta non poteva stare a suo agio nel mondo preconfezionato della fotografia digitale e a lasciarsela indietro ci ha guadagnato in divertimento. Noi ci abbiamo guadagnato un nuovo stampatore d’alto livello, dopo che avevano cercato di convincerci che stavano scomparendo.

Non mi lascia andare via senza un piccolo regalo. Una diapositiva Kodachrome, intelaiata, appartenente all’ultimo ormai storico lotto di produzione, quello del 2010. Forse crede che non avrò mai la fortuna di poter scattare anch’io su Kodachrome, ma negli ultimi anni la fotografia analogica ci ha abituato a così tante inattese rinascite, che mi sento di coltivare la speranza. Tanti avevano cantato prematuramente il requiem della pellicola, a quanto pare con l’unico risultato di portarle fortuna.

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